L’esplosione delle immagini di “città geometriche” sui social media ha portato alla ribalta il tema delle geometrie virali create tramite intelligenza artificiale, un fenomeno amplificato dal lavoro dell’artista e designer computazionale Hassan Ragab. Queste rappresentazioni urbane, caratterizzate da moduli ortogonali e simmetrie rigorose, riflettono non solo una nuova sensibilità estetica ma anche il ruolo crescente dell’IA nell’architettura computazionale contemporanea. Questo articolo analizza la natura di queste immagini virali, il loro rapporto con il progetto urbano reale e le sfide metodologiche e critiche che ne derivano.

Immagini virali nella progettazione urbana digitale

Le opere di Hassan Ragab, come la serie “The City is a Tram”, sono emblematiche: utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale, Ragab reinterpreta la città storica di Alessandria d’Egitto del 1900 trasformandola in una geometria astratta e onirica. Queste configurazioni iper-ortogonali affascinano per precisione e ripetitività, veicolando una forma d’arte concettuale che è al contempo dimostrazione delle potenzialità computazionali. Tuttavia, la viralità di tali immagini va oltre l’estetica, suscitando interrogativi su cosa significhi progettare oggi una città con strumenti algoritmici e quanto queste geometrie possano riflettere le complessità dei contesti urbani reali.

È importante notare che molte delle forme generate da tecnologie come il procedural modelling, il design parametrico e i modelli generativi basati su reti neurali, inclusi GAN e modelli di diffusione, producono configurazioni affascinanti ma non necessariamente conformi a vincoli urbanistici o funzionali. Questi modelli sintetizzano geometrie che spesso prescindono da requisiti fondamentali quali mobilità, accessibilità e normative edilizie, ponendo un netto confine tra rappresentazione digitale e progetto attuabile.

Integrazione dell’IA nei metodi progettuali contemporanei

Negli ultimi anni, la diffusione di strumenti computazionali ha iniziato a trasformare la pratica architettonica. Le piattaforme di ottimizzazione, le simulazioni ambientali integrate a modelli parametrici, e l’uso di pipeline che connettono algoritmi generativi al BIM per verifiche prestazionali sono sempre più comuni. A Milano, la Fondazione OAMi e l’Ordine degli Architetti hanno lanciato nel 2024 un ciclo formativo dedicato all’“Intelligenza artificiale e architettura”, sottolineando l’importanza di sviluppare competenze tecniche specifiche in questo ambito. Parallelamente, il convegno “Abitare la città futura” tenutosi a Roma nel 2025 ha evidenziato come l’IA possa concretamente contribuire a progetti più sostenibili e inclusivi, spostando il focus dalla mera immagine all’implementazione funzionale degli spazi urbani.

Lo sviluppo di GPT-5 e di modelli AI compatti, adatti anche a dispositivi con risorse limitate, promette ulteriori progressi. La collaborazione tra OpenAI e Microsoft, con applicazioni che spaziano dall’automotive alle infrastrutture digitali, segnala una roadmap verso una diffusione più ampia e integrata delle tecnologie AI, anche in ambiti progettuali complessi e regolamentati.

Critiche e considerazioni sulle architetture generate da IA

Non mancano però approcci critici, soprattutto da parte di urbanisti ed esperti. Primo, la complessità sociale e spaziale delle città rischia di essere banalizzata da forme perfette e simmetriche, che non possono sostituire indagini qualitative sulle dinamiche urbane. Secondo, i bias algoritmici e la scarsità di trasparenza nei modelli AI possono generare proposte che favoritano certi gruppi o usi a discapito di altri, con implicazioni socio-economiche rilevanti. Infine, il rischio di privilegiare il “look” a discapito della performance ambientale e funzionale è concreto, specialmente in un contesto dove la viralità digitale premia l’appariscenza visiva.

Per questi motivi, gli specialisti raccomandano di considerare l’intelligenza artificiale come uno strumento di supporto decisionale, integrato con un processo progettuale rigoroso che tenga conto della partecipazione pubblica e di normative aggiornate. Solo così è possibile trasformare le suggestioni visive generate dagli algoritmi in contesti urbani resilienti, sicuri e davvero abitabili.